Come uccidere un prete

 
 

Sono passati diversi giorni da quando nella diocesi di Livorno un sacerdote si è suicidato.
E non è il primo prete a uccidersi. Drammi che non verranno mai compresi, se non si entra nel loro vissuto. Di fatto c’è una grande scollatura tra la vita di un ecclesiastico e la società civile. I preti, per la maggior parte, vivono completamente soli senza avere nessuno accanto e molto spesso abbandonati a se stessi. La gente, il popolo, difficilmente comprende il proprio pastore, il suo stato d’animo; anzi usualmente lo vedi celere a criticare, senza risparmiargli nulla.
Nei confronti dei religiosi si è diventati iper intransigenti, a volte spietati. La crisi di valori della società poi, ha capovolto anche il modello sacerdotale, riducendolo da punto di riferimento che era, a un odierno facchino della fede, utile a sbrigare i compiti necessari per definirsi un cristiano.
Le legittime aspettative che si devono avere verso un consacrato si sono trasformate in intolleranti e assurde pretese sul suo modo di essere, quasi come se dovesse forzatamente risultare un supereroe. Di fatto la categoria del prete è sconosciuta ai molti, a iniziare dai cattolici.
La gente ignora l’enorme difficoltà che può avere un sacerdote nel condurre una vita affettivamente serena mantenendosi in “grazia di Dio”, cercando sempre di mediare con grande zelo e amorevolezza, pur dovendo rispettare quelle giuste distanze, affinché esso sia per tutti e non di qualcuno. E quando dovesse cadere, sbagliare ecco tutti pronti a metterlo alla gogna; senza pietà, a partire dai propri fedeli e magari anche dai colleghi. Esempi tristi e disdicevoli per cui mentre si dice di credere nel Vangelo, poi la realtà continua a essere un’altra cosa. Per i sacerdoti non si prega più e non c’è più stima, tanto meno rispetto.
Molte realtà ecclesiali utilizzano il prete solo per le liturgie, stile “usa e getta”, e quando ha terminato di svolgere quelle funzioni che può solo lui amministrare, ecco che non serve più. Ci sono anche Vescovi che hanno dimenticato le difficoltà del vivere da sacerdoti diventando intransigenti, e non sono pochi coloro che “non sentono l’odore delle proprie pecore”, espressione più volte ripetuta da Papa Francesco.
Ma il presbitero è una persona come le altre, che ha bisogno di sentirsi amata e apprezzata specialmente dai propri punti di riferimento. Quando ciò non avviene ecco che potrà diventare facile preda del maligno e dei suoi seguaci.
La più grande vittoria di satana infatti è distruggere un’anima consacrata e sacerdotale, perché un singolo discepolo di Gesù può recuperare tante pecorelle smarrite e collaborare per la salvezza di tanta umanità.
I fedeli, almeno coloro che si dichiarano cattolici, dovrebbero pregare e sostenere i propri pastori al di là dei loro umani difetti. È necessario ricordare la presenza sacramentale che c’è nel sacerdote alter Christus.
In un mondo desacralizzato la presenza del prete è patrimonio prezioso in quanto custode di Dio, della storia sacra e indicatore dell’infinito. Ormai sembra un discorso da sognatori…
Dicono che le grandi lobby di potere vogliano annullare tutte le religioni a partire da quelle monoteiste. Il primo passo è allontanare il popolo dai suoi ministri.

(Da “In Terris” del 13 giugno 2015, articolo di Don Aldo Buonaiuto)